Talking Hands, quando l'inclusione significa creare nuove culture

Talking Hands (con le mani mi racconto), il laboratorio di design e innovazione sociale di Treviso di Fabrizio Urettini da cui nasce capsule collection Mixité. È la prima collezione di moda che unisce il Made in Italy alle creazioni dei rifugiati africani.

Il design come strumento per la progettazione e la creazione di network relazionali che favoriscano la nascita di comunità, di sinergie con l’imprenditoria locale e di interazione con il territorio. Un modello collaborativo che mette al centro del proprio agire quotidiano il prendersi cura dell’individuo.

È il laboratorio di design e innovazione sociale Talking Hands (con le mani mi racconto) presente nell’ex Caserma Piave di Treviso. Il progetto è nato nel 2016 dall’idea dell’art-director e attivista Fabrizio Urettini in collaborazione con il centro sociale CSO Django.

Qui una 50ina di rifugiati e richiedenti asilo apprendono nuove abilità e mestieri che gli potranno servire in futuro e hanno anche l’occasione di collaborare con designer internazionali.

Il progetto è nato con l’intento di sottrarre all’inattività almeno una parte delle persone presenti nei Centri di Accoglienza Straordinaria di Treviso attraverso un percorso di inclusione sociale ma oggi l’utenza è cambiata.

A comporre il gruppo sono soprattutto ragazzi fuori dal programma di protezione internazionale per lo scadere dei termini previsti dall’attuale legislazione in materia di diritto d’asilo o per l’ottenimento dello status di rifugiato o della protezione umanitaria.

Come spiega Fabrizio Urettini, «Talking Hands incoraggia i suoi partecipanti a usare l’attività progettuale e manuale come forma di narrazione delle loro biografie e delle loro patrie, dei loro viaggi e dei loro sogni».

Di fatti, il progetto è vincente: nel corso degli ultimi due anni, Talking Hands si è rivelato un importante strumento d’inclusione per i suoi partecipanti, che non solo possono imparare abilità e mestieri che potranno servirgli in futuro, ma hanno anche l’occasione di lavorare con designer locali di fama internazionale, produrre e vendere oggetti e collezioni ai cittadini di Treviso e partecipare a iniziative di solidarietà e promozione della tolleranza insieme ad altre realtà locali dell’associazionismo e della società civile.

 

Capsule collection “Mixité”: il Made in Italy incontra l’Africa

È da queste premesse che nasce la capsule collection “Mixité”, la prima collezione di moda che fa dell’incontro e la condivisione il suo punto di forza e il suo risultato. Perché, come sostiene lo stesso Urettini, proprio questo significa inclusione, ovvero la creazione di nuove culture e nuovi stili grazie all’incontro tra mondi differenti.

A realizzarla sono stati, per l’appunto, i ragazzi di Talking Hands. Le “mani che raccontano”, più di tutte, sono quelle dei sarti Sanryo Cissey e Lamin Saidy, richiedenti asilo provenienti dal Gambia, che si occupano della confezione e del coordinamento delle attività dell’atelier di sartoria.

Al loro fianco, un team tutto all’insegna della multiculturalità. Nel gruppo di lavoro che ha contribuito alla creazione della capsule collection figura infatti Anthony Knight, cresciuto a North London e figlio a sua volta di immigrati che negli anni ’60 lasciarono la Jamaica per stabilirsi nel Regno Unito.

Oltre ad insegnare modellistica al corso di laurea di Design della Moda dello IUAV di Venezia e aver collaborato con il Teatro La Fenice di Venezia fa il designer patternmaker, figura centrale nella storia dell’industria della moda, ovvero colui che storicamente si occupava di trasformare il bozzetto, lo schizzo di uno stilista, in capo d’abbigliamento.

Sua collaboratrice nel laboratorio di sartoria avviato la scorsa estate è la textile designer Annaclara Zambon, nata in Agentina da genitori emigrati italiani che per nostalgia decisero di ritornare indietro.

Annaclara, che da bambina ebbe il privilegio di attraversare l’Atlantico per tornare in Italia a bordo di uno degli ultimi piroscafi a partire dal porto di Buenos Aires, oggi insegna moda in un Liceo Artistico e, oltre a produrre una sua collezione personale, si occupa di tessitura della lana, un’arte che ha radici profonde in Veneto: la sua casa in collina è tutto uno straripare di telai, stoffe e filati.

I capospalla, invece, sono stati realizzati con i tessuti del Lanificio Paoletti di Follina. Fondato nel 1795, sviluppa e intreccia da due secoli tessuti in pura lana cardata ed è impegnato in una serie di azioni a responsabilità sociale in una logica di economia circolare. Tra i quali una nuova gamma di lane melange, 100% organic e a chilometro zero, la cui realizzazione non prevede l’uso né di sbiancanti né di coloranti.

Il progetto è stato realizzato grazie alla collaborazione dei pastori dell’Alpago nelle Prealpi bellunesi e della stilista inglese Vivienne Westwood. Talking Hands recupera invece i tessuti in esubero o le pezze di campionario per reintegrarle e rivalorizzarle in una collezione a ciclo rigenerativo dove trova ampio spazio l’uso della tecnica del patchwork.

Gli interni dei capospalla sono stati foderati in Real Dutch Wax grazie alla collaborazione di Francesca Franceschi, textile designer italiana che da qualche anno vive e lavora in Olanda nello storico stabilimento di Vlisco, azienda olandese che da 170 anni crea tessuti di cotone stampati di alta qualità e ampiamente diffusi in tutto il continente africano.

Il risultato della capsule collection Mixité è stato presentato in anteprima al Ve Nice Stuff di dicembre, lo showroom temporaneo che da cinque anni ha come missione quella di scoprire, promuovere e valorizzare i prodotti scaturiti dal legame tra design e artigianato e di riportare alla luce abilità e lavorazioni rigorosamente handmade.

di

Sguardi di Confine https://www.sguardidiconfine.com/talking-hands-quando-inclusione-significa-creare-nuove-culture/

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