ELLE: La moda del futuro punta all’integrazione sociale, e il progetto Talking Hands ne è la prova evidente

In un atelier di Treviso ha preso vita la capsule collection Mixité, realizzata da immigrati africani che hanno appreso l’arte del Made in Italy

Come ogni collezione moda, anche Mixité nasce in atelier. Solo che questo è un po’ più speciale. Non si trova a Milano ma a Treviso, nell’ex Caserma Piave. Ed è il quartier generale del progetto Talking Hands, nato per promuovere l’integrazione sociale attraverso la moda. Ideato dall’Art Director e attivista Fabrizio Urettini, l’innovativo laboratorio conta soprattutto sulla presenza di giovani immigrati africani: tra loro, ci sono anche Sanryo Cissey e Lamin Saidy, richiedenti asilo provenienti dal Gambia che hanno fatto del Made in Italy il proprio motivo di orgoglio. E che oggi coordinano le attività dell’atelier.

Il successo della capsule collection Mixité di Talking Hands, che include capispalla sia per uomo che per donna, deve ringraziare sicuramente la voglia di apprendere dei ragazzi coinvolti nel progetto: “Ogni tanto li rimprovero – rivela bonariamente Anthony Knights – e loro sanno che è solo per il loro bene. Voglio che tirino fuori il meglio di sé stessi e che questo traspaia attraverso l’arte nelle loro mani”. Perché, sì, mentre il design dei capi resta ad Anthony e Annaclara Zambon, docente del liceo artistico di Vittorio Veneto, ai giovani sarti spetta senz’altro il merito dei patchwork: “Lasciamo che siano loro a scegliere gli abbinamenti dei tessuti e la tipologia di fodera, e il risultato delle loro creatività è sempre molto soddisfacente”, conferma Anthony.

 

 

Ad oggi, i gambiani Sanryo Cissey e Lamin Saidy sono diventati colonne portanti di Talking Hands. Coordinano l’atelier sotto la supervisione dei più esperti ma soprattutto fanno squadra con tutti gli altri immigrati provenienti dal Ghana, la Costa d’Avorio, la Nigeria e il Mali. “C’è chi cuce e c’è chi taglia – conclude Anthony Knights – e soprattutto abbiamo spazio per accoglierli. Spero che in futuro trovino lavoro in aziende o, perché no, continuino a supportare Talking Hands. Ho a cuore il futuro di ognuno di loro perché anche io sono figlio di genitori giamaicani emigrati nel Regno Unito. Sogno che un giorno siano i clienti a venire in atelier e commissionare loro qualche abito. Hanno talento e voglia di fare”. E non solo. Hanno l’opportunità lavorativa (e umana!) che finalmente aspettavano per ricominciare una vita dignitosa al riparo dai drammi passati.

 

di Federica Caiazzo

ELLE Italia

 

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